Intelligenza artificiale: ti piacerebbe caricare il tuo cervello nel cloud?

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Gli scienziati sono alla ricerca del “connettivo”, la mappa del cervello umano di 86 miliardi di neuroni e 100 miliardi di sinapsi che permetterebbe di ricreare il tuo cervello in forma digitale.

All’inizio del 2018, quando la Brain Preservation Foundation – guidata dal neuroscienziato Kenneth Hayworth del Howard Hughes Medical Institute – ha assegnato un premio ai ricercatori per aver preservato tutti i circuiti neuronali del cervello di un maiale, Hayworth si è trovato sotto i riflettori dei media. Ma i media, come spesso accade, tendono a semplificare un po’ troppo le faccende scientifiche.

Poiché il metodo utilizzato per preservare il cervello di un maiale funziona solo con un cervello di un animale deceduto da poco, se la tecnologia fosse disponibile per gli esseri umani, chiunque volesse preservare il proprio cervello in questo modo, idealmente dovrebbe morire quando il cervello è in buona forma (ovvero da giovane).
Attraverso questa informazione i giornalisti sono giunti alla conclusione che la tecnologia riguardava l’opportunità di morire sapendo che il proprio cervello poteva essere conservato. Una specie di “eutanasia felice”. Ma come vedremo, non è affatto così!

Gli straordinari progressi compiuti nella connettività – la scienza che cerca di capire lo schema connettivo completo di un cervello – e il sogno fantascientifico di caricare il cervello nel cloud,  in stile Ray Kurzweil, raggiungendo l’immortalità cibernetica, forse tra non molto tempo saranno compiuti, anche se… “ci vorranno almeno 50 anni per rendere possibile l’upload della prima mente umana sul cloud e almeno 100 anni prima che questa operazione sia una routine“, ha detto Hayworth, che considera questo obiettivo scientificamente possibile ed eticamente imperativo.



Adesso diamo voce alle possibilità della scienza odierna

Proprio come la genomica studia i genomi, così la connettività studia le connessioni nel cervello. L’obiettivo finale della cartografia biologica del XXI secolo è di mappare la posizione di ogni neurone e ogni connessione: le sinapsi che, secondo i neurobiologi, codificano ciò che chiamiamo “mente”, da ogni memoria a ogni aspetto della personalità, le credenze e la coscienza.

L’anno scorso Davi Bock, uno dei colleghi di Hayworth, ha guidato una squadra che ha ottenuto immagini al microscopio elettronico del cervello della mosca della frutta e dei suoi 100.000 neuroni, questo è stato il primo passo nella mappatura del primo connettoma di un cervello reale.
All’Istituto per la scienza del cervello di Seattle, i neuroscienziati stanno facendo i primi passi verso un connettivo del topo: tagliano un pezzo di cervello di un millimetro cubico in 25.000 pezzi, questi vengono osservati con un microscopio elettronico che mostra i neuroni e gli assoni.

Un millimetro cubico è un millesimo del cervello di topo e un miliardesimo del cervello umano, ha detto Bock. Avendo questo dato si può iniziare a capire perché alcuni scienziati dubitano che questo sogno fantascientifico possa funzionare.
Ma, nell’improbabile caso in cui la neuroscienza impari tutto ciò che c’è da sapere sul cervello, avrà spiegato ogni mistero ineffabile della mente?

Un “piccolo” dettaglio: il contenuto informativo di un millimetro cubico di tessuto cerebrale corrisponde a circa 1 petabyte di dati, dice Bock. Un intero cervello di un topo arriva a 1.000 petabyte. Un petabyte equivale a 1 milione di gigabyte, quindi il contenuto informativo di un singolo cervello umano supera, ad oggi, la capacità di archiviazione totale dell’intero cloud globale.

Ma gli scienziati speranzosi che vogliono clonare digitalmente il cervello non lasciano che tali dettagli li scoraggino. Invece predicono, in uno studio del 2018: “(…) alla fine, la lettura dei ricordi diventerà la routine quotidiana della connettività“. Questi schemi elettrici, inclusi i cervelli conservati “cattureranno caratteristiche rilevanti dal punto di vista funzionale dei circuiti cerebrali da cui le funzioni cognitive emergono“.
Tutto questo avverrà tra il 2075  e il 2100, ha dichiarato il neuro-ingegnere Randal Koene al summit di SharpBrains 2017.

SORGONO QUINDI ALCUNE DOMANDE

  • Ma se le previsioni si dimostreranno veritiere: si tratterà di un’emulazione del nostro cervello o di una copia di esso?
  • Nell’improbabile caso in cui la neuroscienza impari tutto ciò che c’è da sapere, avrà spiegato ogni mistero ineffabile della mente?
  • Se qualcuno emula un cervello in silicio, la nostra versione in silicio dormirà e sognerà? E, se così non fosse, ciò degraderebbe il suo contenuto informativo?
  • Se il caricamento del cervello risiede nel cloud avrà una coscienza? Se la coscienza è una “proprietà emergente” dell’attività cerebrale (essenzialmente un incidente felice), allora potrebbe.
  • Questa replica digitale subirà qualcosa come la deprivazione mentale e sensoriale della detenzione in isolamento? Essa si domanderà dove sia e come sia arrivata lì, tormentata dalla disperazione esistenziale?

Hayworth prevede di installare il caricamento del cervello in un robot dotato di sensori, in modo da evitare almeno le ultime due domande sopra proposte. E, a coloro che sostengono che il caricamento non può essere la persona da cui proviene, chiede: “se il disco rigido di C-3PO (personaggio robotico del film Star Wars) fosse trasferito su un nuovo droide, qualcuno dubiterebbe che sia ancora C-3PO?”. E aggiunge: “Fare copie di C-3PO non solleva domande filosofiche per la maggior parte delle persone. Ma se accettiamo la visione materialistica delle neuroscienze (in cui la mente è il cervello), dobbiamo accettare che può anche esserci una simulazione di noi.

Non riuscire a perseguire la ricerca che potrebbe rendere possibile l’emulazione del cervello non è etico, sostiene Hayworth. Se non proviamo almeno a sviluppare la tecnologia per preservare l’esclusivo schema dei circuiti neurali che codifica un individuo, inclusi “i ricordi e le conoscenze dei sopravvissuti dell’Olocausto prima che tutti muoiano, questo, per me, sarebbe come se fosse nuovamente bruciata la biblioteca di Alessandria“. Ovvero la perdita incalcolabile dell’esperienza umana.



Ma quel che mi sento di ribattere, leggendo le parole di Hayworth, è: «L’esperienza umana non è quello che viene scritto su un testo o depositato su un HD. Piuttosto è la summa di sensazioni psicofisiche e di conoscenze tramandate generazione dopo generazione grazie all’esperienza e al contatto. Queste esperienze mutano e si evolvono in base alla storia del singolo e, quindi, dei popoli. I libri, in questo caso intesi come conservatori di dati, sono un importante supporto che però non può sostituire in alcun modo l’esperienza umana.
La maggior parte delle cose che impariamo nella vita (comprese le emozioni che ad oggi non sono replicabili digitalmente nemmeno nel più affascinante dei racconti fantascientifici) ci vengono passate dagli altri esseri umani e dalla vita che ci circonda.
I saggi, le poesie, i romanzi e tutto quel che è scritto sono stati e saranno sempre un supporto fondamentale per noi umani. Un supporto che però non potrà mai essere sostitutivo dei fondamentali insegnamenti diretti. Le persone che hanno avuto la “sfortuna” di nutrirsi esclusivamente di libri ma sono privi di qualsiasi esperienza, per quanto possano essere eruditi non saranno mai intelligenti. L’intelligenza nasce dall’esperienza, dal confronto e dalla cultura che tramandiamo in forma scritta, visiva, orale…
Quindi, nessun ipotetico libro della biblioteca di Alessandria avrebbe mai potuto conservare l’esperienza e la conoscenza umana che, al contrario di quanto generalmente è accettato come dogma, si tramanda attraverso il confronto.
Questo non significa che la conservazione dei dati nella forma scritta tradizionale o digitale non sia imperativa, ma i dati non devono essere confusi con l’esperienza reale, che è la generatrice insostituibile di ogni vera conoscenza. Ergo, nessuna copia digitale del cervello potrà mai essere paragonata a un corpo/mente di tipo biologico che ha avuto la possibilità di imparare attraverso un percorso di vita.
Nella migliore delle iptesi, se il futuro prospettato in questo articolo dovesse realizzarsi, assisteremo a un’evoluzione del concetto stesso di vita stesso che inevitabilmente sarà tanto più “efficiente” quanto meno viva.»
 – Valerio Bellone

SCI-FI | Paradiso in terra?

Una visione insolitamente romantica dell’innovazione connectomica appare in uno dei successi di Netflix: Black Mirror. Nell’episodio “San Junipero” due donne si incontrano in una simulata città di festa californiana (intorno al 1987): un paradiso per i morti e i morenti, dove, se decidono di caricare le loro menti, possono lasciarsi alle spalle la loro vita solitaria. San Junipero offre loro non solo bei momenti, ma una seconda possibilità di connessione umana, una “guarigione”.
La domanda che rimane è se questo uso della tecnologia rappresenti un’evasione o un paradiso compassionevole, creato dall’essere umano per l’essere umano.

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