Siamo tutti uguali e diversi, le pratiche pacifiste nascono dall’accettazione

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La cultura dei “vincenti” che scrivono la storia

Nella nostra cultura, quella dei “vincenti”, ci viene insegnato, indipendentemente dal nostro “schieramento”, che forza equivale a combattere, a essere tutti di un pezzo, a non mollare mai, a rispondere al nemico con veemenza. Al contrario, la resa ci vien detto, più o meno implicitamente, essere la dote dei perdenti, di chi non ha coraggio, di chi è destinato solo a soccombere e morire.
Dato che siamo convinti che il mondo e la vita siamo governati dalla regola “il più forte mangia il più debole”, niente ci fa cambiare idea. Eppure, in realtà, siamo noi che decidiamo quale modello esistenziale far essere vincente. Abbiamo la possibilità di decidere come deve essere vivere, noi come singoli, come famiglie, come collettività, come umanità.

 

L’accettazione dell’ingiustizia

L’ingiustizia è difficile da accettare. Accettando un sopruso ci sentiamo complici. Ma, ancora più difficile, è capire quale comportamento sia giusto avere innanzi all’ingiustizia, di qualsiasi tipo essa sia: un amico che ci delude, un amore che finisce in modo improvviso, un estraneo che ci insulta o ci aggredisce fisicamente, un popolo che viene sottomesso o, peggio, sterminato.
Il nostro ego difensivo ci suggerisce, in modo istantaneo, di ripagare con la medesima moneta.
Tutto questo però crea soltanto una cosa: una linea temporale retta nella quale l’odio si accatasta e ci fa essere sempre più rabbiosi e violenti, vogliosi di rivalsa e vendetta. Lo so bene, perché non sono diverso da chiunque altro e sento cosa avviene dentro di me e dentro di voi.

 

Trasformare l’odio in amore, un lungo lavoro alla ricerca dell’equilibrio

Il più delle volte, come chiunque, riesco a trasformare in pace e amore quel che subisco, altre volte no. Alcune volte sono troppo stanco per rimanere presente e consapevole, magari perché i miei occhi hanno visto troppe ingiustizie nel tempo; alcune sono così grandi che improvvisamente smettiamo di vedere e siamo costretti a portare gli occhiali sin da bambini. In questo caso significa che il nostro ego ci ha aggredito; rendendoci ciechi non siamo più costretti a vedere quel che non ci piace. Oppure, altre volte, e involontariamente, ci trasformiamo in odio, se pur spinti dal senso stesso di giustizia.
La consapevolezza, la ricerca dell’equilibrio e la pace interiore sono un percorso senza fine e difficile, che portiamo avanti per tutta la vita.

Quando un ragazzo muore in nome della giustizia, dicendosi sereno nell’essersi sacrificato, mi addoloro davvero molto. Sento cosa lo ha mosso dentro, posso sentire sin dentro al mio midollo la sua voglia di contrapporsi all’odio e alla violenza, nel nome di un bene più alto, quale può essere la parità dei diritti umani, la pace e l’amore.
Allo stesso tempo però so bene che la soluzione non risiede nel contrapporsi alla violenza con violenza.

 

La violenza e la vendetta non riporta indietro i morti e non ristabilisce l’ordine

Se uccidono, senza motivo apparente, un componente della mia famiglia, l’unica cosa che il mio ego mi suggerirà, sarà quella di uccidere a mia volta e, inoltre, la mia mente si sentirà giustificata. D’altronde cosa può mai esserci di sbagliato nell’idea di difendersi o difendere i propri cari? Sembrerebbe infatti l’unica cosa giusta, umana, normale, moralmente accettabile, in poche parole per nulla sbagliata.
Ma esistono vari modi per difendersi e ogni escalation dell’odio inizia proprio così: difendersi è giusto, se non voglio far morire qualcuno, devo far morire qualcun altro.
Non è così. Uccidendo il mio nemico, creerò un altro nemico. L’aggressore che ho ucciso potrebbe avere un figlio, un padre, un fratello, una madre, una sorella o anche un semplice amico nel quale crescerà, a sua volta, odio per me o per il mio popolo. Così, quelli rimasti vivi, a loro volta, genereranno futuri morti che verranno giustificati dal senso di giustizia dell’ego difensivo.

 

Gli oppressi di oggi potrebbero essere gli oppressori di domani

Quelli che oggi sono gli “sconfitti”, domani potrebbero essere i “vincenti”. I futuri sconfitti si sentiranno oppressi e avranno dimenticato di essere stati oppressori, quindi crederanno essere giusto difendersi con gli stessi mezzi. Questa è la linea temporale retta dell’odio senza fine.

 

La violenza si placa solo con la non violenza

Lo capisco, è difficile accettarlo ma l’unico modo di placare ogni forma di violenza è la non violenza. La non violenza non disinnesca improvvisamente una guerra, che ha accumulato un karma distruttivo per secoli o millenni, ma innesca, senza alcun dubbio, un processo di risanamento. Ci saranno in ogni caso delle vittime senza colpe, è innegabile. Ma se vogliamo sperare di creare un futuro migliore, dobbiamo capire che la base per la pace non risiede nell’andare al fronte in guerra. Ogni uomo che va a combattere al fronte – indipendentemente da quale lato della barricata si trovi – lo fa perché pensa di servire un bene superiore: la pace nel mondo, un dio onnipotente, la salvaguardia della vita sulla Terra, ecc. Viceversa nessuno andrebbe a morire in modo cosciente.
L’unico modo di arrestare la guerra è smettere di foraggiarla in qualsiasi modo e forma.

 

L’esistenza è un ciclo di trasformazione che possiamo influenzare

Qualsiasi processo legato all’esistenza è un ciclo di trasformazione continua che noi possiamo influenzare. Non reagire, apparentemente sembrerebbe sciocco, perché la nostra storia ci restituisce l’illusione che ogni guerra può essere fermata soltanto con una guerra e ogni aggressione, necessita di un’aggressione più grande. Apparentemente funziona, infatti se una persona grida verso di noi e noi siamo capaci di gridare molto più forte, questa fuggirà via. Ma fuggendo non avrà portato con sé pace a amore per il prossimo, ma solo risentimento e odio che espellerà su qualcun altro più debole o che avrà meno voce.

 

La guerra finirà quando smetteremo di foraggiarla

Siamo in una guerra senza fine da sempre, dato che non riusciamo ad accettare che l’unico modo di fermare le guerre è non reagire con altrettanta guerra personale, familiare, nazionale.
Andando in guerra ti sacrifichi e vieni ucciso, non andandoci fai lo stesso perché vieni sopraffatto. Ma nel lungo periodo i due atteggiamenti danno dei risultati globali ben diversi.
Nessuna guerra può essere fermata rispondendo con una guerra. È solo un’illusione momentanea e so quanto questo può essere difficile da accettare.

 

Pace all’anima di chi non c’è più

Pace all’anima di qualsiasi essere umano morto nella convinzione che andare a combattere poteva essere l’unica cosa giusta da fare. E pace a tutti coloro che, aborrendo la violenza, hanno preferito morire piuttosto di imbracciare un fucile.

 

© Valerio Bellone

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