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corpo e mente

PREMESSA – La ricerca

Da tanti anni cerco di comprendere il Taijiquan e questa ricerca mi ha spinto a superare i limiti che questo presenta se inteso esclusivamente come pratica marziale. Esso è divenuto per me un veicolo utile a capire molti aspetti dell’esistenza, attraverso la ricerca dell’equilibrio.

Nel corso del tempo ho incontrato bravi insegnanti specializzati in qualche aspetto del Taijiquan e presunti maestri che sostenevano di padroneggiare quest’arte ma, come molti altri, seppur specializzati in qualche aspetto, rimanevano distanti da quella che era, ed è tutt’ora, la mia ricerca personale.

Con il passare del tempo sappiamo come nella gran parte delle arti e dei mestieri si è teso a premiare l’iper specializzazione piuttosto che la comprensione dei sistemi complessi – questo per motivi socioeconomici e culturali che non proverò ad analizzare in questo contesto, dato che estremamente difficili da riassumere.

In ogni caso posso affermare che l’iper specializzazione è “appariscente”, ovvero palesemente dimostrabile, ad esempio, attraverso un gesto perfetto o pseudo tale. Essa è quindi facilmente comprensibile o, meglio, riconoscibile da tutti. Al contrario, un sistema complesso richiede grande intelligenza da parte dell’osservatore e capacità di non soffermarsi su quello che potrei definire il singolo “effetto speciale”. Credo che spesso ci sia molto più in quello che non si vede, piuttosto che nel palesemente manifesto.

Se noi esseri umani nel corso del tempo ci fossimo focalizzati sull’iper specializzazione probabilmente ci saremmo estinti da tempo, così come molte altre specie animali specializzate, bellissime ma delicatissime al tempo spesso. Al contrario la nostra capacità adattativa ci ha portati a colonizzare ogni angolo del pianeta, rimanendo capaci di modificarlo velocemente, così da poter sopravvivere.

Gli iper specializzati soccombono sempre perché basta un minimo cambio ambientale che non gli consenta di sfruttare la propria abilità. Al contrario gli esseri adattativi non risultano mai talentuosi tanto quanto quelli specializzati nello svolgere un singolo compito ma si adattano in ogni contesto, quindi sopravvivono e si evolvono.

Per fare un esempio ironico pongo una domanda surreale: se foste nati a metà del 1400, sareste stati più impressionati, e quindi attratti, da un signore di nome Leonardo Da Vinci, scienziato e artista al tempo incomprensibile ai più, o da un cartomante che vi avrebbe mostrato i tarocchi? In molti oggi vorremmo rispondere da Leonardo, ma con il senno di poi è semplice. La verità è che siamo attratti da quel che è sensazionalista, siamo attratti dall’effetto “wow”. Quindi lungo la strada nessuno di noi si ferma a chiacchierare con un signore che potrebbe illuminarci su alcuni aspetti della vita, ma tutti ci fermiamo ad ammirare il prestigiatore.

Quel che è “semplice” da vedere sembra “vincere”, in termini di passaggio della conoscenza, su quello che è complesso a tutto tondo e che richiede quindi uno sforzo maggiore, perché mette in discussione qualsiasi cosa presumiamo di sapere.

Per essere pronti ad accogliere una fonte di sapere bisogna avere il cuore e la mente sgombri da pregiudizi e preconcetti, viceversa sarà impossibile attingere alla conoscenza altrui. Questo, brevemente, significa presentarsi come bicchieri vuoti davanti agli altri, un concetto facile da comprendere ma estremamente complesso da mettere in pratica, dato che la nostra mente è fatta da strati su strati di strutture illusorie che tendono a ingannarci.

Mi è capitato spesso di trovarmi davanti a persone che davano, senza alcun motivo presunto, tutto per scontato. Era scontato, secondo questi, di sapere più degli altri e quindi era scontato che non sarebbe stato interessante porre domande agli altri al fine di allargare i propri orizzonti. Ovvero mi sono trovato dinnanzi a muri, talvolta eruditi ma pur sempre rigidi e impenetrabili, piuttosto che a esseri erranti e liberi. Ho potuto riconoscere tutto questo negli altri solo perché con il tempo lo avevo già visto in me. Difatti il primo modo per comprendere gli altri è comprendere se stessi con i propri limiti e le proprie capacità, al fine di liberarsi dalle catene.

 

PARLANDO DI TAIJIQUAN

Fisicamente parlando credo che il taijiquan non sia lo stile Chen, quello Yang o gli altri filoni/lignaggi. Esso è piuttosto tutti questi nel momento in cui vengono riuniti i principi e le pratiche cardine che li hanno contraddistinti.

Alla fonte il taijiquan era probabilmente quello che ad oggi troviamo insegnato nei vari lignaggi più antichi. Successivamente si diramò perché i vari discendenti degli attuali stili si specializzarono su alcuni aspetti, piuttosto che su altri – per svariate motivazioni personali, socioculturali ed economiche che qui è inutile trattare.

Comunque sia ritengo che il “Taiji quan matrice” avesse un’intelaiatura che comprendeva tutto quello che oggi è spalmato nei vari stili antichi. Riunire le conoscenze è quindi l’unico modo per risalire alla “fonte” del taijiquan. Ricordando che le divisioni sono impoverimento, mai accrescimento, sempre e in ogni caso.

NOTA Un vero Maestro dovrebbe respingere l’appellativo, infatti saprebbe che per tutta la vita siamo dei praticanti, su un percorso circolare. L’unica cosa che ama l’appellativo maestro, la gerarchia, la piramide e il concetto di uomo/donna alpha è l’ego.
Non esistono maestri e allievi, ma solo compagni di vita, che si donano conoscenze a vicenda supportandosi lungo un cammino. Chi accetta l’appellativo di maestro o, peggio, addirittura si proclama tale, significa che ancora è ben lontano dall’aver trovato equilibrio nella propria mente e men che mai di avere ritrovato il proprio spirito/anima.
Non basta saper spingere/spostare facilmente qualcuno facendo tui shou per essere un Maestro. Conosco diverse persone che non hanno mai praticato taijiquan, ma con una spinta farebbero “decollare” qualsiasi presunto maestro, eppure nessuna di queste persone si farebbe chiamare maestro di qualcosa (ovviamente).

 

PARLANDO DI TAIJI

Il taijiquan è la manifestazione fisica di specifici principi che affondano le radici nella filosofia del Tao e nel libro dei mutamenti. Quindi di per sé è già molto di più del ridurre questo percorso a un’esperienza esclusivamente marziale. Ma il taiji è persino più di questo.

Noi siamo mente corpo e anima (o comunque la si voglia chiamare), quindi ridurre tutto al gesto e all’abilità (specializzata) corporea sarebbe superficiale, così come lo sarebbe altresì se escludessimo la pratica fisica, che comunque mi preme dire: non dovrebbe essere intesa come fisicità ginnica ma piuttosto come fisicità cosciente.

In ogni caso i tre aspetti devono essere coltivati insieme, perché questo insieme è quello che siamo nel corso della nostra vita.

Alcuni di noi sono portati, per propria attitudine o storia di vita, a iniziare lavorando con il corpo, altri con la mente e altri con lo spirito. Nessun inizio è meglio di un altro, ma tutti erriamo nel momento in cui ci fermiamo alla singola comprensione di uno dei tre aspetti. Anche perché per comprendere ogni aspetto al meglio, vanno compresi tutti e tre.

* Con “errare” intendo limitarsi, non riuscendo così ad attingere, in modo completo, al vasto mondo dell’equilibrio del Taiji.

Di questi tre corpi: fisico, mentale e spirituale; il più invadente è quello fisico, il più supebo e ingombrante è quello mentale e il più nascosto e spaventato è quello spirituale. Quello fisico deve liberarsi dalle sue invadenti manifestazioni mammifere; quello mentale deve sciogliere i nodi dell’ego; quello spirituale (il più elevato e puro) deve abbandonare la paura del manifestarsi.

Questo è il percorso che si coltiva attraverso il Taiji (o attraverso qualsiasi altro strumento si è scelto per il proprio percorso: la musica, la pittura, la scultura, ecc…) e che mi ha spinto a percorrere questa strada, piuttosto che limitarmi a un confronto/incontro marziale o a una speculazione meramente intellettuale.

Sulla base della mia idea appena raccontata del Taiji non ho mai avuto l’occasione di incontrare nessun Maestro, ma solo buoni e ottimi praticanti specializzati, su un corpo piuttosto che su un altro o, addirittura esclusivamente specializzati su un singolo aspetto di uno dei tre corpi sopra citati (corpo, mente e spirito).

I migliori Maestri nel corso della nostra vita, sono portato a dire – per mia storia personale – siamo noi stessi. Questo se manteniamo costantemente la capacità di accogliere quel che ogni altra persona ha compreso e che vuole condividere con noi. Senza illudersi, al tempo stesso, che chiunque voglia o possa donarci qualcosa (…la via dell’equilibrio e quella dell’illusione non hanno molto a che fare). Sempre consci che condividere non significa mostrare e apparire attraverso presunte conoscenze acquisite.

Il percorso per la verità è una strada fisicamente tortuosa, piena di insidie mentali, che porta alla liberazione spirituale.
Quel che si acquisisce lungo il cammino è maggiore equilibrio e accettazione dell’esistenza, nella quale non c’è mai solo Yang o Yin, ma sempre YinYang.

© Valerio Bellone

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