Tutta la verità sulla meditazione: scienza, illusione e false credenze

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Si parla molto di meditazione e consapevolezza negli ultimi anni. È innegabile: questa è diventata una vera e propria moda, talvolta considerata una sorta di panacea per ogni cosa.

I nostri nonni o bisnonni hanno vissuto, nella maggior parte dei casi, in piccole o medie comunità con forti identità, nelle quali ognuno trovava il proprio posto e aveva una riconoscibilità e un’utilità per la collettività.
Mediamente in quei luoghi l’interesse del singolo individuo si concentrava e limitava a quel che accadeva all’interno della comunità e poco si sapeva di quel che avveniva al di fuori.

Al contrario oggi viviamo in un villaggio globale. Siamo informati costantemente su ogni cosa grazie ai nostri onnipresenti smartphone, computer, tablet e televisori. La moltitudine di informazioni alle quali il nostro cervello è sottoposto talvolta sono reali, altre volte amplificate o minimizzate e sempre più spesso falsate.
In ogni caso il risultato è che siamo sottoposti 24 ore al giorno a informazioni di ogni sorta e alla ansiogena cronaca nera proveniente da ogni parte del globo. I nostri smartphone ci tengono quindi connessi a diversi presenti globali, disconnettendoci dal presente quotidiano intorno a noi.
Tutto questo contribuisce alla perdita identitaria individuale e collettiva, in uno scenario tecnocratico che aumenta la nostra ansia nel presente e per il nostro e altrui futuro.

La meditazione, così come le varie forme di culto, di settarismi e persino di false scienze che prendono strane sembianze – si veda i noti e buffi terrapiattisti, non fanno altro che creare gruppi di aggregazione facilmente comprensibili e che non richiedono studio e approfondimento, mettendo a disposizione un terreno fertile nel quale far crescere l’ignoranza, figlia della mancanza di tempo della società votata al “tutto e subito perchè ho altro da fare”. Ovvero accumulare quanto più possibile il nulla di ogni cosa.
In questi gruppi è facile trovare il proprio posto e la propria riconoscibilità, elevandosi da quel senso di mediocrità e solitudine che caratterizza l’individuo del nostro tempo.

Si dice che la meditazione faccia diventare compassionevoli, aperti alla dimensione altrui, buoni e pieni di luce.
Come ogni Pratica, degna di tale appellativo con la P maiuscola, quello che fa la differenza – tra un praticante e un illuso, che prende in giro se stesso – è la differenza nella costanza, nel lignaggio (ovvero nella conoscenza reale passata ed evolutasi generazione dopo generazione) e nella capacità di mettere costantemente in discussione e criticare ogni nuova presunta certezza che si palesa nella nostra mente. Ovvero la capacità di fare ricerca, piuttosto che subire un banale lavaggio del cervello.
 

Cosa accade al nostro cervello meditando 20 minuti al giorno (o più)?

La scienza (vedi per esempio qui) ha cercato di dare delle risposte sugli effetti ma non sulle cause.
 

Perché si diventa più “buoni” meditando?

La risposta è molto più semplice di quanto non si possa credere.
Noi esseri umani siamo degli animali, nessuno può negare tale affermazione scientifica. Per migliaia di anni il nostro cervello ha funzionato in modo molto più simile a quello di uno scimpanzé che non a quello di un essere umano moderno.
Come in ogni animale, anche nel nostro cervello risiede la paura della morte con le sue risposte istintive “salva vita”. E, alla fine di ogni ricerca causale, ogni forma di ansia è strettamente collegata alla paura della morte.

In natura i mammiferi rispondono a un’aggressione potenzialmente letale in tre modi: paralisi (fingersi morti); fuga (iniziano a correre, o nuotare, velocemente con cambi repentini di direzione); lotta (“estraggono le armi” e cercano di cavarsela). Questi tre modi spesso sono collegati al contesto. In genere la fuga è la prima via mentre le lotta e paralisi sono legate a una condizione assimilabile a essere messi “spalle al muro”.

Questa condizione la dovrebbero conoscere bene i militari di fanteria che hanno combattuto le guerre da campo del passato. Difatti le guerre erano la cosa che più facilmente innescava il funzionamento elementare e funzionale del nostro cervello quando ci si trova a dover sopravvivere. Un animale non medita (quanto meno non nel nostro senso di meditazione), non ne ha il tempo giornaliero, non gode di questo lusso. Anche quando dorme l’animale è in allerta e non può permettersi un lungo sonno riparatore. Un animale – al pari di quel che facevamo anche noi – è costantemente in allerta. Un animale sa bene in modo non razionale che in ogni momento qualcosa potrebbe ucciderlo.

Bene, il problema è che anche la nostra mente vive questa dimensione costante e inconscia, proprio perchè questa è stata la nostra condizione per migliaia di anni. E dalla memoria genetica, che passa generazione dopo generazione, non si fugge. Chiaramente, rispetto al cervello dei nostri antenati, abbiamo fatto passi in avanti, “ristrutturando” il nostro cervello attraverso un processo trasformativo razionale e speculativo.  Ma questo lo abbiamo potuto fare da quando il pericolo della morte è divenuto infinitamente minore rispetto a migliaia di anni fa. Ovvero da poco tempo a questa parte.

Eppure la nostra mente profonda, quando si sente minacciata continua a lavorare dando risposte agli accadimenti quotidiani con: paralisi, fuga e lotta. Quando veniamo aggrediti verbalmente, psicologicamente (e anche fisicamente in modo ritualizzato) la risposta di alcuni individui è di ammutolirsi (paralisi), altri fuggono il confronto magari con un insulto e voltando le spalle (fuga) e altri ancora rispondo in modo altrettanto aggressivo (lotta).

Come agisce, in modo funzionale, la meditazione in questo processo inconscio? Semplicemente ingannando la nostra parte mentale votata alle gestione delle relazioni (incontri/scontri/confronti).
Meditando suggeriamo involontariamente alla nostra mente che qualsiasi aggressione non è un rischio per la vita, così da avere, con il passare del tempo, una risposta razionale e pacata (compassionevole, ovvero, immedesimativa nell’altro), verso l’interlocutore e persino nell’eventuale aggressore. Perché di fatto nella maggior parte dei casi ogni aggressione subita nella nostra società non è mortale, ma solo una potenziale ferita per il nostro ego.
 

La scienza dimostra che alcune aree del cervello aumentano dimensione e potenzialità grazie alla meditazione.

Questo è vero ma quello che la ricerca mirata non analizza è che, probabilmente, altre aree, al contrario, perdono “vitalità”, ovvero quelle aree del cervello utili alla risposta istintiva legata alla sopravvivenza. Si potrebbe concludere velocemente che poco importa, dato che la ricerca odierna è di costruire una società basata su sani principi etici e pacifisti, quindi ben venga lo “spegnersi” di alcune aree del nostro cervello atte alla mera sopravvivenza durante uno scontro violento.
Eppure ci sono un paio di “ma” in questa conclusione apparentemente scontata e giusta.

1. Duole dire che la maggior parte dei praticanti di meditazione non ha ricevuto un vero insegnamento, questo perchè non ha delle guide che a loro volta sanno quel che stanno trattando e, quindi, non hanno idea di come guidare gli altri in un percorso di vera consapevolezza.
Questo cosa comporta? Quel che accade in questi casi è che per un breve o medio periodo (talvolta anche di anni) si entra in una dimensione mentale illusoria nella quale ci si convince di praticare qualcosa di simile al pacifismo e all’amore universale. Ma quello che la mente sta facendo è metaforicamente paragonabile all’alzare un tappeto sotto il quale nascondere velocemente la polvere che ci da fastidio vedere intorno a noi (in noi).
Ma cosa accade quando qualcuno verrà a scuoterà con forza quel tappeto? Quel che accadrà sarà una frantumazione emotiva di grande entità, che spesso diviene un danno difficilmente riparabile, un danno interiore che può portare, talvolta, anche a brutte conseguenze.

2. La meditazione è una ricerca che porta, tra le altre cose, alla scoperta dei propri limiti interiori. Questa ci fa accettare quel che siamo stati, che siamo oggi e che saremo, diversamente, in futuro.
La meditazione non è quel che alcuni banalmente vendono con facilità: “l’illuminazione per tutti”. Noi non siamo come le divinità che abbiamo raccontato negli ultimi 5.000 anni, siamo esseri assolutamente fallibili, mutevoli e soprattutto ingannabili.
Le divinità sono state create dagli esseri umani per: sublimare il timore della morte fisica; e come strategia utile per perseguire sani obiettivi, guidandoci in un processo migliorativo del nostro intrinseco egoismo. Le presunte parole delle divinità sono state scritte da persone che ambivano verso un punto più alto per l’intera collettività; un modo per elevarsi, senza mai illudersi di sostituirsi alla figura stessa della divinità creata. Il tutto nella consapevolezza della nostra fallibilità umana, capace di creare grandi ideali e di disilluderli nel momento successivo alla loro creazione. Chi venerà Cristo spesso è pronto a crocifiggere ogni individuo diverso da sé (e questo non è prerogativa dei cristiani ma dei praticanti di ogni culto: buddhismo, islamismo, induismo, ecc).

La meditazione spinge verso un’accettazione di questa caratteristica umana, cercando di farci lavorare sull’equilibrio, e non verso una presunta e finta santità. Questo è un lavoro lungo e impegnativo che ci porta costantemente a confrontarci con i nostri limiti e quindi con gli insuccessi. Questi insuccessi divengono utili, perché ci invitano a tentare ancora, ambendo, con il passare del tempo verso il meglio, dove “il meglio” risiede nell’equilibrio delle nostre forze ed energie. Questo ci spinge a essere tolleranti verso chi è diverso da noi per motivi di vita o di percorso.

Non esiste la luce e l’amore puro. Ogni purezza porta al suo opposto. La venerazione della purezza della razza, porta alla distruzione della presunta “razza” altrui; ergo: amo talmente me stesso, sopra gli altri, che finirò per volerli distruggere.
Quindi l’unica vera ricerca è nella consapevolezza. La consapevolezza facilmente ti porterà a renderti conto di quanto sei fallibile tanto quanto puoi essere “luminoso/a”. Ma se pensi di essere improvvisamente ed esclusivamente luminoso/a, dopo aver meditato per qualche mese o qualche anno, sappi che sei sulla strada della polvere sotto il tappeto, ovvero il tuo io che inganna se stesso.
Potresti essere fortunato/a e questo inganno durerà tutta la vita, facendoti credere di aver vissuto nella beatitudine, con un certo senso anche di pietà (e quindi superbia più o meno conscia) per chi vedi “diverso” da te. Oppure potresti essere sfortunato/a e verrai in contatto con qualcosa che frantumerà in un sol colpo la tua gabbia di “convinzioni mistiche”.
 

Alla luce di quanto descritto, la meditazione è davvero utile?

  • Sì, se prima di iniziare a meditare lavori con il tuo corpo.
    Prima di poter fare un lavoro con la mente devi passare da un lavoro corporeo, se non lo fai rischi di prenderti in giro.
  • No, se credi che il tuo corpo sia solo un involucro utile a portare a spasso la tua mente.
  • Sì, se la meditazione ti fa prendere coscienza di essere sia “buio” che “luce”, così da spingerti a lavorare per stare in equilibrio tra le varie energie che muovono la tua e altrui vita.
  • No, se credi di potere essere un futuro Buddha illuminato e che il mondo sia solo amore (o solo odio).
    In questo caso il tuo ego ha già preso il sopravvento e la tua illusione ti sta portando sulla strada di una potenziale distruzione emotiva. Tu non vivi sulla cima di una montagna, in una piccola comunità di monaci meditatori che hanno pochi scambi e probabilità di conflitto con il mondo esterno (o, al contrario, immerso in una guerra). Tu vivi in un mondo talvolta buono e altre volte rapace e aggressivo e c’è poca filosofia da poter fare in merito. Devi quindi saperti relazionare in equilibrio con il tuo mondo reale. Per farlo devi conoscerlo, per conoscerlo devi conoscerti nella tua complessità, non nella tua illusorietà. Conosci e critica te stesso per conoscere e criticare gli altri. Poi ama te stesso per potere amare gli altri.

 

Cosa dovrei fare per praticare davvero la meditazione?

  1. Inizia con una pratica psicofisica come lo yoga o il tai chi, trovando una guida che ti sappia dire cosa fare in questo tipo di percorso e non qualcuno che si incensa attraverso le proprie capacità/doti tecnico/fisiche.
  2. Inizia a meditare giornalmente in solitudine e non in gruppo (la meditazione non è psicoterapia di gruppo – se è questa che ti è utile affrontala, ma non paragonarla alla meditazione, sono due cose diverse).
  3. La ricerca è tua. Usala per comprendere giornalmente il mondo intorno e te e gli altrui mondi. Non è difficile iniziare a meditare, non serve molto, solo pazienza e nessuna aspettativa (puoi iniziare seguendo questa breve guida).

Buona pratica e buon abbandono delle illusioni. Siamo tutti in cammino.

© Valerio Bellone

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